LegAmi a canestro

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8 spicchi dalla buccia arancione compongono una sfera che gira sul parquet  tra la palla a due e il suono dell’ultima sirena. Ha la consistenza del globo perché gli spicchi sono quartieri pieni di uomini e delle loro scelte dalle tante tinte. Abitanti tutti con lo stesso timbro di voce percosso e ripieno di agitazione, come l’effetto del pallone  poliglotta quando rimbalza sul terreno di gioco. Il palleggio all’altezza del cuore è la trasmissione di scariche di passioni. I voli a canestro sono i viaggi più semplici e dalle emozioni, sempre le stesse, sempre forti. Il time out è il tempo tra padre e figlio, il viaggio diverso, di ricerca, esplorazione, comprensione, empatia. E’ la scoperta della compassione e della responsabilità. Il più piccolo coach si abbandona ai passi, ai passaggi, all’ardore del papà salito a bordo dello spicchio ormeggiato in Adriatico.

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TrenInGiro

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Treno con 25 posti viaggia di giorno fino a notte fonda alla velocità dei pensieri. Round & round, up & down sulla più bassa dorsale adriatica, dove l’orizzonte nord e quello sud sono il finis terrae in cui si perde il suono inox. Vano motore di acciaio lucido e inodore, con capotreno e capostazione insieme viaggiatori spediti che annullano la distanza tra l’istante e il minuto, per il rinascimento della frazione di tempo e di luogo.

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Sento una rondine parlare

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Tante cinguettano in volo lungo lo spartiacque mentre fermo sul quel confine in attesa di un altro bocciolo ad Alberobello. Da una parte i trulli esposti tra strette arterie inclinate dal peso dei colori pugliesi che riempiono case e negozi museo, canali in cui scorre a voce molto bassa sangue diverso con capelli biondi e scuri accanto a coni canuti dalle tinte autentiche.

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Un mosaico di voci

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Terra è femmina davvero, si può resisterle e ci si può far male. Il fard è il fertilizzante di bellezza espressa in ogni sua regione, luoghi della seduzione e di sudori diversi. Il volto dorme a vista per metà, l’altra ti entra già dentro lungo il percorso inverso dell’ombra. Creatura fatale su cui crocifiggersi. Se morta, la morte è tentatrice su un letto che si crepa per poi sbriciolarsi. La sua superficie grida alla vita continuando a rassodare il suo peso e a far più dura l’eccitazione. La corteccia è di chi gli alberi li abbraccia quando vivi e li riconosce quando abbandonati dalla tempesta.

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Rosa di Pietra

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Grande quanto un’aiuola che nessuno calpesta, vano il tentativo di 3 giovanissimi profanatori seduti che provano così a smuovere i petali agitando l’aria con le gambe, quasi a voler accelerare il percorso che compie la rosa di pietra verso l’altare originario. Il ritmo incessante dei loro passi aerei è stato seguito da diverse decine di persone in cui è fiorita un’altra consapevolezza, che compone una più grande aiuola che si vieta di essere calpestata. Fiori da fiore alcuni seduti e altri in piedi per un nuovissimo rito, sacro, laico, pagano che appaia, ma certamente nuovo. Che sia un’invenzione o una scoperta per alcuni e riscoperta per altri, è il potenziamento della data del calendario in cui fiorisce l’estate a Carovigno e defibrilla il suo cuore di pietra.

 

 

 

Volare a Monteruga

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800 o 1000 vite nell’aria di Monteruga, sbattono tutte freneticamente le ali, planano donne come caccia sulle portaerei, bambini con motori modificati anche per rapidi decolli verticali, le loro voci sono amplificate da un megafono che scuote le cime degli alberi, i canuti inclusi, e sul viso sento il caldo del giorno. Le case sono fantasmiscenti perché abbandonate dalle stesse ombre dell’uomo e rovinate dal degrado di altri invasori umani.

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La bella frascatana

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Alle spalle oramai le ultime pendici delle Murge, terra di pietra fertile dove è più facile non perdersi nei suoi paesi di collina perché il loro centro è posto sempre in alto, mi ritrovo in un labirinto urbano tra motori rombanti e il sole disteso a terra. Leggo tutte le indicazioni e come se fossi a cavallo mi lascio condurre attraverso la fitta rete di piccole arterie dove scorre il sangue del pezzo di puzzle geografico. Non sento nulla, ho solo gli occhi, se non quando vicino ai tavolini dei bar o se allargo i fili di una tenda per lasciarmi entrare nelle voci locali, per dissetarmi col mio solito bianco freddo che mi colora le labbra disegnandomi un pizzo sul mento. Vorrei tanto vedere il muso sulla manica del giubbino di jeans, ma il mio sguardo si allunga fisso verso un punto il cui oltre sembra imprevedibile.

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